< Torna a Notizie

Una nostra sorella, ancora una volta.

Un altro femminicidio, ieri, nella nostra terra.

Un’altra donna uccisa per ragioni in buona parte atrocemente note.

Il controllo perduto, la scelta di chiudere un matrimonio, l’incapacità di amare del partner.

Esiste, nel linguaggio giuridico, l‘impotentia coeundi, ovvero l’impotenza sessuale. E questo è il mostro, il fantasma del maschio padrone: forse dovrebbe e dovremmo cominciare di più a preoccuparci dell’impotentia amandi, di questa incapacità di troppi uomini di amare una donna.

Amare non significa possedere, controllare, dominare.
Si possiedono e controllano le cose, non gli esseri umani.

Si ama se si cerca di comprendere l’altra; si ama se la si rispetta, soprattutto nelle scelte per noi più dolorose. Si ama se si desidera il bene per l’altra.

Tutto il resto è perversione del concetto di amore: anzi, è esattamente il suo contrario.

Dobbiamo lottare per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, per una nuova cultura affettiva nelle nostre comunità.

La repressione, le leggi che aumentano le pene quasi ogni anno, sono certo utili ma non risolutive.

Il femminicidio, tra le altre differenze sostanziali con l’omicidio, ha anche questa.

Fin troppo spesso il femminicida prevede e accetta l’eventualità del carcere, e infatti addirittura è lui stesso a chiamare le forze dell’ordine. A volte accetta e determina anche la sua stessa morte. Difficilmente quindi questa mattanza si fermerà solo agitando lo spauracchio del carcere.

I meccanismi repressivi non possono da soli eliminare la violenza di genere, che è non un’emergenza ma la quotidianità di troppe donne anche quando non finisce con la morte.

Occorre spendersi per prevenire, occorre lavorare per diffondere una cultura della relazione che indichi la direzione giusta, che definisca l’amore innanzitutto come rispetto e il controllo per quello che è non amore ma possesso, non forza, ma insicurezza, non coraggio ma paura.

E il primo atto di questo cambiamento non può che essere chiarire che il femminicidio è sostanzialmente diverso da un omicidio.

Il termine femminicidio non dice che una donna è stata uccisa: ti dice PERCHÉ è stata uccisa. È stata uccisa perché si è autodeterminata, ha scelto per sé, è sfuggita al controllo.

E se non si comprende, o non si vuol comprendere, la ragione di un fenomeno, come ultimamente alcuni fanno, è molto difficile riuscire a contrastarlo con efficacia.

Ieri un’altra donna, una nostra sorella, ancora una volta, è stata uccisa.

Le operatrici del centro Antiviolenza

Potrebbe interessarti anche
Campagna Tu lo sai?

Conosci le forme di violenza di genere