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Senza scelta: la vita rubata delle giovani ragazze

I matrimoni forzati

Il matrimonio forzato è spesso soltanto l’ultimo passaggio di una storia di controllo e violenza iniziata molti anni prima, ce lo racconta Valeria Guagnelli del Centro Antiviolenza Rompi il Silenzio.

Cosa si sa sui matrimoni forzati?

Molte delle donne straniere che arrivano da noi sono già state vittime di matrimoni forzati o combinati, una pratica alla quale, per diversi motivi, non sono riuscite a opporsi. Arrivano quando la violenza raggiunge il suo apice, spesso con la violenza fisica e ci chiedono protezione.

In altri casi, invece, sono le ragazze che ci contattano quando cominciano a intuire che verrà combinato loro il matrimonio o quando le famiglie gli dicono apertamente che dovranno sposare qualcuno scelto da loro, per loro.

Le segnalazioni possono arrivare dalle scuole, dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine. Resta il fatto che il matrimonio forzato si inserisce sicuramente all’interno di un ciclo di violenza perpetrato nei confronti di queste ragazze fin da quando sono bambine.

Quali sono le ragazze maggiormente esposte al pericolo del matrimonio forzato?

Parliamo di ragazzine che non possono avere rapporti sociali, che non possono nemmeno salutare per strada coetanee e coetanei e a cui spesso viene affidata anche una gran parte del peso della gestione familiare.

Solitamente vivono in appartamenti con più persone, oltre il nucleo familiare stretto, insieme a zii e cugini, quasi tutti maschi e devono occuparsi della preparazione del cibo e di altre attività legate alla gestione del quotidiano.

Spesso sono ragazze che non godono di una buonissima salute, che non fanno esami o controlli medici adeguati e subiscono l’isolamento socialmente.

Solitamente quali sono i segnali che il matrimonio è imminente?

Il momento decisivo può arrivare quando i genitori prospettano un viaggio nel paese d’origine.

È allora che alcune capiscono che lì potrebbe essere celebrato il matrimonio forzato.

Dietro queste nozze possono esserci famiglie allargate legate da relazioni economiche e di cui le ragazze sentono anche la responsabilità e il peso eventuale del fallimento dell’affare familiare, se dicono di no.

Perché è importante che queste ragazze contattino un Centro Antiviolenza?

Se una di queste ragazze non riesce a contattarci prima che il matrimonio abbia luogo nel paese d’origine, molto probabilmente al ritorno in Italia continuerà un destino di sottomissione.

Tutt’altra storia è quando una ragazza riesce a chiedere aiuto. Può essere necessario allontanarla anche dal territorio in cui ha vissuto e inserirla in un programma di protezione nelle nostre case rifugio.

Il percorso verso l’autonomia è lungo, ma esistono storie che dimostrano come sia possibile costruire una vita diversa. Situazioni di successo in cui le ragazze vivono da sole e frequentano corsi universitari.

Cosa rende difficile il percorso di uscita dalla violenza?

Spesso è il legame con la comunità di appartenenza.

Nella maggior parte delle situazioni sono anche le loro madri a subire violenza, non soltanto le figlie. Sono donne che rimangono all’interno di una violenza che non riescono a contrastare e di conseguenza finiscono per replicarla nei confronti delle proprie figlie.

Tra le donne adulte, inoltre, sono poche quelle che parlano la lingua italiana e la comunicazione con loro deve avvenire attraverso una mediatrice linguistico-culturale. È difficile trovare mediatrici che siano formate in violenza di genere e che condividano il principio di parità.

Spesso dobbiamo interpellare mediatrici culturali di altre regioni italiane per non mettere a rischio quelle che vivono all’interno delle comunità del nostro territorio perché, come collaboratrici di Rompi il Silenzio, vengono percepite come traditrici e le ripercussioni possono essere gravi.

Il peso della comunità è molto forte: quello della rete familiare, parentale e amicale e più in generale del gruppo di appartenenza può diventare opprimente.

Di conseguenza, le ragazze che scelgono di sottrarsi al matrimonio forzato e alla violenza rischiano di sentirsi profondamente sradicate.

Qual è l’impegno di Rompi il silenzio?

La sfida del Centro Antiviolenza è riuscire a intervenire prima che i matrimoni avvengano, soprattutto quando si tratta di minorenni.

Non possiamo solo aspettare che queste ragazze arrivino da noi, ma abbiamo bisogno di capire come intercettarle prima che si verifichino queste situazioni a rischio.

Sarebbe auspicabile e necessario arrivare a definire un protocollo, con pratiche condivise, attivando meccanismi che ci permettano di individuare precocemente e in maniera più capillare queste situazioni.

I consultori sono per noi un’altra importante risorsa e spesso lavoriamo con loro a stretto contatto. La scuola e i servizi sociali fanno già da sentinella e con loro ci interfacciamo spesso.

È dentro una rete più estesa che potremmo arrivare a raggiungere più giovani e offrire loro più assistenza e sostegno.

Quali dati raccontano il vostro lavoro?

Si tratta di dati che restituiscono la presenza significativa delle donne straniere tra quelle che chiedono aiuto, ma questi indicatori non esauriscono la complessità delle storie e dei percorsi di violenza affrontati dal Centro.

  • A livello nazionale le donne straniere rappresentano circa il 30% delle persone accolte.
  • Negli ultimi tre anni (2023 -2025) sono state complessivamente le donne seguite dal Centro Rompi il Silenzio sono state 1.032, di cui 204 straniere. Nell’anno in corso, le donne accolte finora sono state 288, comprese quelle straniere.
  • Circa il 70% delle donne che si rivolgono al centro sono italiane e subiscono spesso diverse forme di violenza: fisica, economica, psicologica e sessuale. Anche in questi casi il rifiuto e il “no” della donna può diventare, nella mente di uomini, che agiscono secondo una logica patriarcale e maschilista, la presunta giustificazione della violenza, fino al femminicidio.

Restare informati e parlare di queste realtà è un altro passo importante per il contrasto alla violenza di genere.

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