Questa è la violenza sulle donne.
(Rimini, marzo 2011)
Entro in camera mortuaria e li vedo. La madre,prima di tutti. Poi gli altri. Il padre, il fratello, la zia e la sorella, cognata o cugina che sia. Addossati alle pareti verde pallido, impietriti. Aspettano senza toccarsi, senza parlare.
Mi guardano con aria assente, poi entrano, uno dopo l'altro, in questa stanzetta striminzita, livida, un altare sommerso dai fiori ammucchiati gli uni sugli altri, un crocefisso, e quattro panche tutte intorno a lei.
A Elena.
L'aria si rompe in mille pezzi, è un fragore insopportabile, questo lamento gutturale, ripetuto, che non sembra umano. Ma è umano, proviene da quell'essere piegato in due sulla bara, che si tiene il ventre come se in questo momento gliela stessero strappando di nuovo, come se nuovamente la stesse partorendo, ma alla morte. Le braccia contratte. Non vuole lasciarla andare, resiste con tutte le sue forze.
Il suo lamento chiama quello delle altre donne, e infine quello del padre. Fanno tanta tristezza, certi uomini, quando piangono. Stranieri prestati a un linguaggio che non conoscono, costretti con violenza a entrare in un territorio che non frequentano, senza possibilità di sottrarsi o fuggire. Lacrime sgraziate e indifese.
L'ultimo a cedere e a scoppiare in un pianto dirotto è il fratello, un ragazzo poco più che adolescente, ma già alto e muscoloso. Di quelli che in un anno ti crescono come le erbacce, che sembrano uomini fatti, ma dentro sono ancora bambini.
L'uno dopo l'altro si piegano nella bara, come ad entrarci dentro con lei. La baciano in fronte, le accarezzano le guance. Le parlano, le sussurrano parole dolci, forse ninnananne. E ogni volta le parole si rompono in singhiozzi, in urla soffocate, in invocazioni.
È un incubo che si realizza. Quello di tante notti passate ad aspettare che tornasse a casa dalla festa, dalla cena, dalla discoteca. Con la convinzione inconfessata e scaramantica che se ti preoccupavi abbastanza, e abbastanza a lungo per lei, se perdevi il sonno per lei come quando era piccola e le notti erano giorni, avresti, come allora, conservato il controllo su quello che avrebbe potuto succederle. Pensieri che finivano nel benedetto rumore delle sue chiavi nella toppa.
Ci sono morti e morti. Questa è intollerabile rottura di un equilibrio dato per scontato, violazione di una legge non scritta che protegge innocenza e giovinezza, una rapina a mano armata. Un calcio nel plesso solare dato a freddo. Questa è distruzione totale.
Questa è la violenza sulle donne.
di Elvira Ariano
Rompi il silenzio - Centro Antiviolenza Provincia di Rimini