Associazione ONLUS di Rimini   CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


Rassegna stampa 2011

Cosa si può dire...

(Rimini, marzo 2011)

Cosa si può dire, scrivere, ma anche pensare, in una settimana come questa. Che finisce dritta dritta nell'8 marzo, in una celebrazione che è comunque, val la pena di ricordarlo, una commemorazione di morte. Partiamo da New York, e da quelle operaie della fabbrica Cotton,bruciate vive l'8 marzo del 1908 perché le porte furono bloccate dall'esterno su ordine del loro datore di lavoro. E arriviamo, attraverso le nazioni e i secoli, in un moto vorticoso ma circolare, che sembra condurci tutte le volte nello stesso punto, all'ultima in ordine di tempo. Ad Elena, 25 anni.

Che è morta qualche giorno fa, a Rimini, dopo una breve agonia, a causa di un violentissimo pugno infertole dal fidanzato. Però. Però la morte di Elena non ci riguarda. Era rumena. E qualche quotidiano si è peritato di precisare che il fidanzato assassino è "un connazionale". Ah, beh, allora siamo a posto. Che ce ne importa. La morte e la violenza riguardano "gli altri". Gli stranieri, quelli per definizione sporchi, brutti e cattivi.

Quasi come se fosse un costume nazionale, rumeno o albanese o marocchino che sia, quello di uccidere le donne. Ma, attenzione,NON italiano. Mai italiano. Nell'immaginario collettivo nazionale, le donne italiane vengono violentate e uccise esclusivamente da inesistenti stranieri. Ecco la notizia, che per la verità da tempo non dovrebbe più essere tale: le donne italiane, così come le donne degli altri paesi del mondo, vengono violentate e uccise per lo più dai loro compagni, padri, fratelli, amici... rumeni, marocchini,italiani o marziani che siano.

Ma siamo sempre tutti così desiderosi di spiegazioni facili, di rassicurazioni, di non doverci porre domande scomode e ansiogene, che ci rifugiamo in un'evidente falsità. Sarah Scazzi e il contesto familiare di Avetrana, ad esempio, sono diventati un'occasione di spettacolo, di voyeurismo, di protagonismi meschini. Poco altro. E sicuramente, non di riflessione.

Ma chiediamoci, una volta di più, che cosa significhi, per una donna, essere violentata, picchiata, ferita e uccisa da chi ama. Vuol dire sentirsi totalmente indifesa, tradita. persa. Vuol dire restare senza alcun rifugio possibile, perché il rifugio è lui, il carnefice: perché il rifugio improvvisamente ed orribilmente si volge nel suo contrario, e diviene un'arena, un Colosseo domestico in cui si è prede disarmate. Vuol dire dover affrontare in una volta sola la paura,il dolore fisico e morale, l'abbandono, la perdita dell'amore, il fallimento del progetto al quale si tiene forse più che ad ogni altro.

Parliamo di questo,interroghiamoci su questo. E non permettiamo più a nessuno di usare ancora una volta i nostri corpi feriti o uccisi per fare facile propaganda contro lo straniero di turno, per vendere orrendi siparietti televisivi, o merci rimaste invendute nei magazzini, semplificando e banalizzando una sofferenza che non è banale, perche è incisa nella nostra carne.

Perché la violenza contro le donne non è solo quell'ultimo irrimediabile momento. Ha origini lontane, è un'idra dalle mille teste, e ogni testa deve essere tagliata: da quella della mercificazione del corpo della donna,a quella della strumentalizzazione partitica del fenomeno, a quella della comunicazione sessista in tutte le sue forme, fino a quella di leggi e provvedimenti che mortificano e limitano la nostra libertà di scelta e la nostra possibilità di trovare lavoro.

Addio, Elena.

E non diciamo addio ad Elena "la rumena". Diciamo addio e piangiamo Elena, una di noi, Elena, la donna.

Centro antiviolenza della Provincia di Rimini